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i segreti delle campane di burgio

6-set-2004

A volte ritornano ... ma niente paura. Non sono orridi mostri, ma mestieri scomparsi che stanno riemergendo dalle profondità ancestrali della provincia siciliana.

Nessun mistero, dunque, anche se qualcosa d’alchemico aleggerà ad un certo punto del nostro racconto del viaggio a Burgio, in provincia di Agrigento, alla ricerca di arti perdute e ritrovate.

Cittadina di circa 4000 abitanti con un impianto medievale attraverso cui si può leggere una storia permeata da una rara fierezza sovente destinata alla sconfitta. Si chiamava Agristia o Cristia quando sulle sue montagne si raccolsero decine di migliaia di schiavi in rivolta che finirono impalati dagli eserciti romani. Divenne Burgio, nel 1088, quando Hammud, ultimo comandante arabo arresosi a Ruggero il Normanno, si convertì al cristianesimo col nome di Ruggero Burgio ottenendo diversi feudi e il titolo di conte, scrive Paolo Pendola, macellaio e cultore della storia patria.

Sulle montagne fra Burgio ed Entella si consumò l’ultima, memorabile sconfitta: quella dei musulmani di Sicilia ribellatisi a Federico II che li deportò in Puglia.

Acqua passata. Oggi, questa graziosa cittadina, abbarbicata alle falde del monte Rifesi, guarda al futuro con un certo ottimismo poiché è consapevole di trovarsi al centro di una vasta conca dove tanti sono i prodromi di uno sviluppo possibile e fors’anche imminente.

Incastonata fra una corona di boschi e i pizzi muniti di Caltabellotta che segnano i confini della grande riserva naturalistica dei “Monti sicani”, Burgio domina, dall’alto del suo castello saraceno, l'immensa vallata d’aranci del Verdura, mirabile capolavoro dell’ingegno e del lavoro contadino, che giunge fin sulle spiagge del mare di Sciacca dove sta nascendo un polo turistico destinato a divenire uno fra i più importanti del Mediterraneo.

Insomma, questo paese terragno sembra ridestarsi da un lungo torpore e desidera scrollarsi di dosso il peso di una certa zavorra parassitaria che ne ottunde l’immagine, per proiettarsi in un futuro di modernità senza rinnegare il passato, anzi ad esso attingendo per rigenerare le sue antiche tradizioni artigianali.

Da alcuni anni, infatti, si nota un certo fermento culturale e produttivo, animato da gruppi di giovani che non vogliono emigrare i quali puntano sulle risorse locali per costruirsi una prospettiva di lavoro qualificato e ben remunerato. Una scommessa difficile ma sostenibile, la loro.

Oltre i giovani, tale fervore comincia a contaminare la gente che vive nei vicoli tortuosi del borgo medievale che profuma d’antico, nelle cui viscere s’avverte come un ribollio che parrebbe annunciare un nuovo rinascimento.

Molte cose stanno nascendo o ri-nascendo a Burgio: le arti delle maioliche e delle campane, dei maestri vetrai e del ferro battuto, della scultura e dei pizzi di trine. Sembrano risorte persino le mummie del restaurato convento dei Cappuccini, divenute un’importante attrazione turistica.

Tutto è cominciato col ritrovamento casuale, nel corso di uno scavo edilizio nel sottosuolo antistante una fornace in disuso, di un certo numero di cocci di maiolica tipica burgitana (dai colori blu cobalto e turchino, bianco stannifero) che confermarono l’esistenza di un’antica industria di cui s’era persa la memoria. Come se quel popolo fosse rimasto vittima di un mnemocidio.

Eppure, taluni capolavori erano ben conservati, sotto forma di pavimenti, di vasellame, di pannelli, ecc, in diverse chiese e dimore patrizie della Sicilia, soprattutto nei palazzi principeschi di Palermo.

Diaspora della ceramica, per la prima volta, nel febbraio del 2002, riunita in una grande mostra promossa dal Comune” La maiolica di Burgio dal secolo XVI al XX”. Un evento notevole che ha visto riunita, nell’austera chiesa di S. Luca, quasi tutta la magnificenza dell’antica arte ceramica locale e gettato le premesse per la sua rinascita.

“Il nostro obiettivo è quello di riprodurre fedelmente le antiche maioliche, secondo i canoni, le forme e i colori della tradizione burgitana” ci dice il signor Vito Neto Masi, rientrato col fratello dall’emigrazione in Brasile, per impiantare una bottega artigianale.

Ci mostra, orgoglioso, “un tappeto” di maiolica commissionatogli da un albergo della zona e un bellissimo pannello raffigurante la città antica con la Giostra di Ruggero principe saraceno.

"tiamo lavorando per ricostruire la nostra identità che non è fatta solo di ceramiche “popolari” (bummuli, piatti e vasellame vario), ma di maioliche pregiate dalle forme eleganti e dai colori splendenti ..."

Il signor Masi ha frequentato l’istituto d’arte di Sciacca, ma la vera arte l’ha appresa a Burgio, nella bottega del maestro Carmelo Rocco Virgadamo il quale gli svelò le formule alchemiche per la composizione della pasta ceramica che richiede speciali dosaggi delle materie prime.

Sul piano commerciale, le cose girano: cominciano ad arrivare le prime commesse e i primi acquirenti. "Agli inizi è stata dura. La nostra più grande speranza è laggiù ..." m’indica il mare fra Sciacca e Ribera sulle cui spiagge giungono, ogni anno, masse crescenti di turisti italiani e stranieri e dove, fra qualche settimana, dovrebbero iniziare i lavori di costruzione di un grande impianto alberghiero della catena internazionale Forte.

Un'arte perduta e finalmente ritrovata che presto si avvarrà di una istituzione prestigiosa, qual è il Museo della ceramica di Burgio che aprirà i battenti, entro il 2004, nei locali restaurati dell’ex stazione ferroviaria.

Dalle maioliche alla fabbrica di campane il tratto è breve. A poche centinaia di metri, in un vicolo che si affaccia in piazza Roma, c’è la famosa fonderia di campane di bronzo “Mario Virgadamo”, una dinastia di campanari le cui origini accertate risalgono al 1690 che, secondo vari indizi, potrebbero affondare addirittura nel ‘500.

Il signor Mario è morto l’anno scorso a 90 anni e per 73 ha fabbricato centinaia di campane sparse per la Sicilia e per il mondo. La più famosa è quella ottagonale costruita appositamente per il Papa, fregiata con un bassorilievo raffigurante Giovanni Paolo II, al quale è stata donata nel maggio del 1993, in occasione della sua memorabile venuta ad Agrigento.

L’impegnativa eredità di Virgadamo è stata raccolta dal nipote Luigi Mulè Cascio, studente dell’Accademia delle Belle arti di Palermo e neo fonditore di campane. A lui il nonno Mario ha trasmesso i segreti della fusione del bronzo e delle tecniche per raggiungere la perfezione del tono. Oggi, è tornato, trafelato, da Palermo per accompagnarci nella visita della fonderia che, dal lato est, sporge sopra un canyon nel quale ruzzola un ruscelletto brioso.

All’interno, fra le pareti affumicate, si respira un’atmosfera antica, un odore acre di piombo e di fuoco vivo che tanto somiglia al magma incandescente dell’Etna che, qui a Burgio, brucia e crea campane, d’almeno 5 secoli.

Sembra di trovarsi nell’officina di un mago che, senza la bacchetta, estrae scintillanti campane da quel gran forno assemblato con ruvidi mattoni.

Si, perché quella campanaria è un’arte davvero complessa, perfino enigmatica. Bisogna esercitarla con infallibile perizia. Un solo errore può vanificare una gran quantità di lavoro preparatorio e di denaro e oscurare il buon nome del maestro fonditore sul quale grava la responsabilità dell’intero processo costruttivo: dalla progettazione della forma alla fusione, alla rifinitura.

Massima purezza del bronzo e unicità del tono sono le caratteristiche che determinano l’eccellenza del prodotto finale; perciò sono necessarie esperienza e abilità nei calcoli matematici e nei dosaggi, ancora basati su antiche formule alchemiche.

Insomma, non è un’arte facile. Per altro, quasi sempre, viene trasmessa in linea ereditaria, come nel caso di don Mario Virgadamo che, però, oltre al nipote, l’ha trasmise a Rocco Cacciabaudo, suo filiale collaboratore, il quale ha deciso di metter su una propria fonderia. E così quest’arte sopraffina, che si temeva finisse con don Mario, oggi si espande attraverso due rami usciti dallo stesso tronco. Per la gloria futura delle celebrate campane di Burgio.

AGOSTINO SPATARO
* pubblicato su “La Repubblica” del 27 agosto 2004

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Commento di Emanuele e Luisa Pomilla del 16 apr 2007

My grandparents: Francesco e Josephina Pomilla were born in Burgio.
They came to the USA and Lived in New York City, NY. They arrived in the USA in 1904.
Thank you for your very interesting article about Burgio. I will email this to my brother and sister.
My brother and his moglie are visiting Sicily end of Aprile or early Maggio, 2007. My moglie, Luisa and I appreciate the history of Burgio, Grazie e tutti, Emanuel Pomilla, Pittsford, New York, USA

Commento di Emanuele e Luisa Pomilla del 16 apr 2007

My grandparents: Francesco e Josephina Pomilla were born in Burgio.
They came to the USA and Lived in New York City, NY. They arrived in the USA in 1904.
Thank you for your very interesting article about Burgio. I will email this to my brother and sister.
My brother and his moglie are visiting Sicily end of Aprile or early Maggio, 2007. My moglie, Luisa and I appreciate the history of Burgio, Grazie e tutti, Emanuel Pomilla, Pittsford, New York, USA. Their nomi is Charles and Maria Pomilla, Hauppauge, New York, USA.


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