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sicilia: si rompe l’asse di ferro cuffaro-micciche’

12-feb-2008

Mentre il (fu) centro-sinistra è ancora alla ricerca affannosa di una candidatura credibile, e possibilmente unitaria, a presidente della regione, nel (fu) centro-destra tale ricerca ha scatenato un’aspra polemica, fatta d’insulti pesanti e minacce palesi, incentrata sullo scontro durissimo fra Totò Cuffaro e Gianfranco Miccichè, rispettivamente ex presidenti della Regione e dell’Assemblea regionale siciliana.
Con tali premesse, la campagna elettorale siciliana potrebbe prendere una brutta piega e degradare dal confronto alla rissa.

Un altro duro colpo, anche d’immagine, per quest’Isola condannata al declino da questa lunga e collegiale gestione della “casa delle libertà”.

Bizzarria del tempo, folle, che stiamo vivendo: il degrado potrebbe favorire chi l’ha provocato.

C’è anche il rischio che l’eccessiva polarizzazione sui due contendenti potrebbe favorire, invece che svantaggiare, le formazioni politiche a loro riferentesi.

Sperando che così non sia, andiamo al fatto. La bagarre è insorta a seguito della decisione di padron Berlusconi di candidare il suo proconsole Gianfranco Miccichè alla carica di presidente della regione. Una scelta solitaria e dispotica che, per altro, confligge con la realtà di uno statuto di autonomia fin troppo speciale.

Ancora una volta, negli affari politici l’Isola è trattata peggio di un protettorato. E non solo da Berlusconi.

Storia vecchia che si verifica per responsabilità di una classe dirigente troppo dipendente dalle segreterie nazionali, ma anche di coloro che s’appellano al simulacro dell’Autonomia pur avendo sempre partecipato alla spartizione clientelare di poltrone e di risorse e quindi contribuito al disastro attuale della Regione.

Insomma, il vulnus c’è stato ma nessuno s’indigna. Com’è detto, il conflitto è insorto per l’inusuale investitura di Miccichè il quale promette ai siciliani “la rivoluzione”. Nientedimeno!

Una nomina inspiegabile: quasi che il presidente dell’Ars l’avesse ottenuta perché è riuscito a precedere gli altri concorrenti, giungendo di prima mattina a palazzo Grazioli. Come dire: il primo che arriva…

Evidentemente così non è, anche se nel centro destra la situazione permane fluida e complicata. Perciò, tutto può succedere, compreso l’accordo all’ultimo momento e su un altro candidato più unitario.

Ma torniamo ai fatti. Anche se indispettito dalle punzecchiature dell’ex amico e sodale forzista, la reazione di Cuffaro è stata troppo virulenta per essere solo politica: “faro di tutto per non fare eleggere Micciché”. Un anatema. Quasi si trattasse di un “tradimento”, consumato ai suoi danni.

Così, almeno, sembra essere stata percepita dai dirigenti dell’Udc siciliana e dai loro supporter più sfegatati, alcuni dei quali attaccano Miccichè con toni davvero ostili, fin’anco ingiuriosi.

La bagarre, oltre che sui giornali, corre anche sul web, sui vari blog, dove i sostenitori dei due ex alleati se le stanno cantando di santa ragione. Quanta ipocrisia trasuda da questa polemica!

Capita sempre più spesso di scoprire, e denunciare, i vizi pubblici e privati dell’alleato solo quando questi ci lascia in mutande. Mai prima di contrarre l’alleanza.

Ma più che indulgere su queste contumelie, conviene interrogarsi sulle cause che hanno provocato la clamorosa rottura. Certo, Miccichè si fa forte della sentenza di condanna, ma fra le pieghe del suo ambiguo discorso si possono cogliere anche alcuni elementi d’insofferenza verso una gestione della regione ritenuta, oltre che imbarazzante, invadente di spazi riservati ad un certo tipo d’interessi che, soprattutto a Palermo, non si sentono rappresentati da Cuffaro.

La sentenza è stata, cioè, l’occasione propizia per rompere l’equilibrio fra due visioni clientelari che non riescono più a convivere ai vertici della regione e degli enti locali: quella più ambiziosa di una certa borghesia affaristica cittadina e quella più familistica, d’origine un po’ agro-clericale, che dalla provincia tende a dilagare in città.

Nella gran parte dei casi, si tratta di borghesie improduttive abbarbicate alla spesa pubblica, cresciute, senza mai rischiare, all’ombra di un potere arrogante.

Impressioni? Tuttavia, una cosa è certa: il “patto di ferro” Miccichè-Cuffaro, che si ritiene sancito già durante il governo di centro-sinistra del ds Capodicasa, si è rotto definitivamente. Questo è il dato politico più significativo, irreversibile, che avrà conseguenze sui rapporti fra Udc e il neo PdL di Berlusconi.

Tutti sanno che, dopo gli abbandoni di Giovanardi, Follini, Baccini, Tabacci, ecc, la cassaforte elettorale di Casini è quasi vuota. Solo in Sicilia resiste una certa riserva di voti, per altro, fortemente erosa dall’uscita di Raffaele Lombardo che si è inventato un’insidiosa formazione alleata e, al contempo, concorrente dell’Udc.

Insomma, Miccichè sembra aver colto il momento di più acuta crisi del partito di Cuffaro per sferrare il colpo decisivo. Taluni bollano questo comportamento come “sciacallaggio”.

Può darsi. Certo non è una condotta virtuosa. Purtroppo, in politica succede. Ancor più in Sicilia, dove il ceto dominante è più debole e quindi più permeabile a interessi forti e, talvolta, inconfessabili.

A ben pensarci, una conclusione del genere era logicamente prevedibile.

Agli inizi del settennato cuffariano, scrivemmo (La Repubblica del 23/1/02), della possibilità della formazione di un potere “pervasivo, che sempre più assomiglia ad un Golem informe, creato per via alchemica e animato da una irrefrenabile voglia di crescita e di annessione”.

Ovviamente, non era profezia ma solo la metafora di un potere, anzi di una macchina del potere che giunge a minacciare anche i suoi stessi artefici i quali, per non restarne stritolati, decidono- come racconta Gustav Meyrink- d’abbatterla ricorrendo al segreto di un’antica formula della kabala ebraica. Credo che qualcosa di simile sia accaduto, in questi giorni, fra Roma e Palermo.

Agostino Spataro

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